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Perché ce la prendiamo con le persone amate?

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Perché ce la prendiamo con le persone amate?
Un’ipotesi neurosociologica su un paradosso del comportamento sociale

Le relazioni sociali costituiscono il fulcro dell’esistenza umana e sono un universo assai complesso che, ancora oggi, risulta tutto da esplorare. Nonostante ciò, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, grazie a nuove sofisticate tecniche e tecnologie di indagine sul sistema nervoso (es. neuroimaging), la neuroscienza ha iniziato a fornire le prime risposte su importanti aspetti delle relazioni sociali in ordine ai quali filosofi e scienziati si interrogano da sempre. Oggi, ad esempio, sappiamo dove nasce e come si sviluppa l’empatia, perché ci sentiamo a disagio con certe persone, come riusciamo ad apprendere nuove abilità semplicemente osservando gli altri e perché sviluppiamo delle patologie idiopatiche[1]. Infatti, dalle relazioni sociali, dipende non solo la qualità della vita ma anche la salute.
Sulla scia delle scoperte neuroscientifiche degli ultimi trent’anni, si sono affermate quelle che vengono definite “neuroscienze sociali” o “neuroscienze delle relazioni umane”, discipline che integrano il sapere delle scienze sociali e delle scienze umane con le conoscenze offerte dalla neuroscienza tradizionale (neurofisiologia e neurobiologia). Con l’avvento delle neuroscienze sociali, che hanno matrice multidisciplinare e/o interdisciplinare, è emersa l’espressione “cervello sociale” ed è stata tracciata una nuova rotta per l’esplorazione dell’essere umano, osservato, ora, non più a livello individuale ma sempre in funzione dell’ambiente sociale in cui è inserito.
Una delle scoperte più importanti sulla fisiologia del cervello sociale, di cui si argomenterà in seguito, riguarda l’empatia, cioè la capacità di un individuo di immedesimarsi nell’altro, sia persona reale che immaginaria (es. personaggio di un film). Grazie all’empatia, noi esseri umani possiamo riconoscere e condividere le stesse emozioni della persona con cui stiamo interagendo e il grado di riconoscimento e condivisione è determinato dai sensi che sono utilizzati per farlo[2]. Normalmente, il senso maggiormente impiegato è la vista, ma anche l’udito riveste la sua importanza in relazione al tono, all’intonazione e al ritmo della voce. Infatti, anche una conversazione telefonica può portarci ad entrare in empatia con il nostro interlocutore facendoci percepire tratti del suo stato d’animo o delle sue emozioni. Per ciò che concerne queste ultime due espressioni, è bene operare delle opportune precisazioni. Per “stato d’animo”, in psicologia, si intendono i tratti emotivi stabili che sono frutto del temperamento[3] di una persona. L’emozione, invece, è una reazione intensa di tipo affettivo che ha una durata limitata nel tempo (talvolta frazioni di secondo) e che avviene in risposta ad uno stimolo esterno. In altre parole, lo stato d’animo è il “sottofondo” dell’emozione ed ogni essere umano manifesta le proprie emozioni in base al proprio stato d’animo. Altra cosa ancora è il “sentimento”, termine usato spesso erroneamente come sinonimo di stato d’animo ed emozione. Infatti, il sentimento è la capacità di essere consapevoli dell’emozione che si sta provando.
Da un punto di vista neurofisiologico, l’empatia è una dote spiccatamente umana garantita dall’attività dei neuroni specchio (mirror neurons o, semplicemente, mirror), cellule nervose scoperte alla fine degli anni Ottanta dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe all’Università di Parma. La principale caratteristica dei neuroni specchio è che essi sono al contempo neuroni sensoriali e neuroni motori. Infatti, si attivano sia per atti motori eseguiti sia per atti motori semplicemente osservati. In pratica, se un soggetto osserva un altro soggetto eseguire un atto motorio, i neuroni specchio del primo si attivano come se fosse egli stesso a compiere l’atto motorio eseguito dal secondo. I mirror, inoltre, si attivano non solo per azioni osservate ma anche per azioni udite. Ad esempio, se solo sentiamo il rumore prodotto dall’apertura di una lattina di birra, nel nostro cervello si attivano i neuroni specchio che si attivano quando noi stessi apriamo una lattina di birra. Ma c’è di più: nella scimmia[4] i neuroni specchio si attivano solo se l’atto motorio è finalizzato, cioè dotato di scopo (es. allungare una mano per afferrare una noce, afferrarla, portarla alla bocca e mangiarla) e se fa parte del suo “repertorio motorio”, cioè se è un atto motorio “noto” al suo cervello, mentre il cervello dell’essere umano riconosce e riproduce anche atti motori mimati nonché quelli che hanno scarso significato in base al contesto (es. una mano che, semplicemente, si alza). Inoltre, se un individuo, umano o scimmia, osservano un atto motorio che fa parte del proprio repertorio motorio, i loro mirror riescono e “prevedere” la finalità del movimento eseguito dal soggetto osservato. Ad esempio, nel caso dell’uomo, se il soggetto osservato sta allungando una mano per afferrare una tazza per portarla alla bocca per bere, ancor prima che si concluda l’azione (bere) il cervello dell’osservatore l’avrà già compresa, cioè l’avrà prevista molto prima che sia portata a termine[5].
I neuroni specchio sono responsabili anche della comprensione delle espressioni facciali altrui. Se osservo un soggetto che sorride, i neuroni specchio afferenti ai muscoli del mio volto si attivano come quando io stesso sorrido. In sostanza, il cervello non esegue alcun “ragionamento” per comprendere la manifestazione di un’emozione (Gallese et al., 2004), qualsiasi essa sia, anche se questa emozione non è genuina (es. sorriso “finto”). Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto: osservo il volto di una persona e le sue emozioni “risuonano” in me perché mi rispecchio in essa. Pertanto, i neuroni specchio ci permettono di sperimentare dentro di noi le emozioni che prova un nostro simile e condividere con esso la sua esperienza interiore (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006).
Il cervello umano è naturalmente e spiccatamente portato ad interagire con gli altri cervelli umani. Non esistono persone sane che riescano a disattivare le proprie funzioni empatiche quando interagiscono con altre persone. Quindi, ogni volta che due persone interagiscono i loro cervelli si “connettono” e lo fanno per mezzo dei loro neuroni specchio. Anche la semplice interazione di qualche secondo, a livello neurale consente all’uno di comprendere l’emozione espressa dall’altro. Se il tempo dell’interazione è maggiore, è possibile che si sviluppi persino una comprensione dello stato d’animo dell’altro. Se, poi, le interazioni sono frequenti e sfociano in una relazione sociale, si realizza una connessione tra cervelli più fine e complessa. Tali meccanismi sono definiti meccanismi di simulazione incarnata (embodied simulation), cioè la capacità di riconoscere in coloro che osserviamo un qualcosa in cui “risuoniamo”, di cui ci appropriamo dal punto di vista esperienziale, che possiamo fare nostro. Alla base non c’è nessun “ragionamento” ma una comprensione diretta che viene dall’interno (Blanco, 2016). Quindi, tra persone che hanno un vissuto relazionale importante, la frequenza e l’intensità della relazione può portare gli stati d’animo e le emozioni a “fondersi”. L’uno diventa parte dell’altro e viceversa e i cervelli dei due è come se avessero una “trama neuronale” condivisa. In sostanza, gli stati d’animo e le emozioni diventano un’esperienza comune che condiziona in positivo o in negativo il comportamento di entrambi i soggetti coinvolti.
Uno studio del 2013 ha evidenziato che nel momento in cui una persona facente parte del gruppo degli “intimi” (es. partner, parenti e amici stretti) corre un pericolo, il cervello di un altro intimo attiva le stesse reazioni neurofisiologiche di risposta alla minaccia, come se il pericolo riguardasse quest’ultimo in prima persona. Infatti, nel suo cervello si attivano l’insula anteriore, il putamen e la circonvoluzione sopramarginale, cosa che non accade se il pericolo riguarda un soggetto estraneo (Beckes et al., 2013). L’insula è un’area del cervello collegata al sistema dei neuroni specchio (Iacoboni e Lenzi, 2003) che si attiva con le emozioni (Phan et al. 2002), nelle sensazioni di dolore (Baliki et al. 2009), alla vista di immagini di mutilazione (Wright et al., 2004), nei processi empatici (Singer, 2006) e nelle circostanze che riguardano le violazioni delle norme sociali (Sanfey et al., 2003). La circonvoluzione sopramarginale è, invece, una delle aree in cui sono presenti i neuroni specchio ed è sede dell’elaborazione delle posture e dei gesti altrui (Carlson, 2012; Reed e Caselli, 1994).
In base a quanto argomentato sino ad ora, si potrebbe ipotizzare che immotivati e sporadici gesti di stizza attuati da un soggetto verso una persona ad esso legata da una relazione sociale affettiva, in altre parole una persona amata, siano causati dal tentativo del cervello del primo di “disconnettersi” dal cervello dell’altro che “trasmette” sofferenza attraverso la connessione sociale neurale.
Qui sotto, sono riportati alcuni possibili scenari di sofferenza condivisa che potrebbero dare luogo ad una temporanea disconnessione tramite un atto oggettivamente immotivato di stizza:
  • il soggetto non sopporta certi propri comportamenti che fanno parte della personalità dell’altro. Pertanto, in alcuni momenti, la relazione con l’altro rinforza l’emozione negativa collegata al disprezzo del soggetto verso se stesso;
  • l’altro vive in una situazione di pericolo, reale o presunto, quindi il soggetto versa in uno stato continuo di attivazione psicofisiologica che può degenerare in una risposta “attacco-fuga” che si riversa sull’altro;
  • l’altro vive una situazione di sofferenza (es. malattia). In questo caso, il tentativo di disconnessione è dovuto alla sofferenza “ricevuta” dall’altro.
Le ingiustificate reazioni di stizza verso l’altro con cui si ha una relazione sociale affettiva, hanno in genere una durata assai limitata, spesso soltanto frazioni di secondo. Infatti, di norma, dopo qualche istante il protagonista dell’azione stizzosa cade in uno stato di profondo pentimento. Da un punto di vista cerebrale, l’incontrollata reazione è determinata dall’attivazione del sistema limbico, in particolare dall’amigdala, promotrice delle reazioni attacco-fuga. Il sistema limbico è infatti “programmato” per attivarsi assai velocemente per questioni di sopravvivenza (atto di stizza). Solo in seguito, nel giro di qualche secondo, intervengono le aree del cervello sociale deputate a modulare l’attività emozionale (corteccia frontale), permettendo al cervello stesso di rivalutare la situazione secondo schemi pro-sociali adeguati alla situazione, al contesto e, soprattutto, all’affetto provato per l’altro (pentimento). È ipotizzabile, quindi, che i tentativi di disconnessione siano dovuti ad una attivazione limbica legata alla sopravvivenza, finalizzata ad allentare la sofferenza condivisa con la persona amata. Pertanto, benché all’apparenza possa sembrare paradossale assumere comportamenti stizzosi immotivati verso una persona amata, probabilmente, l’innesco di questo meccanismo come “valvola di sfogo”, risulta fondamentale per preservare la relazione sociale nel corso di un periodo di sofferenza condivisa.
Nell’ambito dei cervelli connessi e di reazioni emotive incontrollate, potrebbe rientrare anche una fattispecie di aggressività non rivolta al soggetto con il quale intercorre una relazione sociale affettiva, bensì verso soggetti estranei alla relazione. In particolare, ciò si potrebbe verificare quando si è in presenza di un disturbo psicotico condiviso, una patologia psichiatrica di coppia in cui un individuo che intrattiene una relazione sociale intima ed esclusiva con un altro individuo affetto da psicosi, chiamato induttore, inizia a manifestare la stessa sintomatologia del malato. La dipendenza psicologica dall’induttore sommata alla connessione neurale con il medesimo, potrebbero diventare un “mix esplosivo” nei casi in cui l’induttore viva in una condizione di sofferenza fisica e/o psicologica, causata da estranei, benché solo immaginata o ingigantita per via della psicosi. Infatti, in tal caso, il soggetto “contagiato” dall’induttore potrebbe prodursi in azioni aggressive per via della sofferenza dell’altro provata sulla propria “pelle”[6].

MASSIMO BLANCO
*Riproduzione riservata*

[1] Patologie note e non note, la cui causa risulta sconosciuta.
[2] L’olfatto potrebbe essere annoverato tra i sensi attraverso i quali possiamo riconoscere le emozioni altrui. Infatti, molti mammiferi (es. cani) riescono, grazie all’organo vomeronasale, ad “annusare” emozioni come la paura provata dai propri simili o da altri mammiferi, uomo compreso, che si manifesta attraverso i feromoni, sostanze biochimiche rilasciate dalle ghiandole esocrine come quelle sudoripare. Le funzioni e le capacità dell’organo vomeronasale nell’uomo sono ancora oggetto di dibattito scientifico, infatti l’organo regredisce durante lo sviluppo fetale. Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato che una certa attività di comunicazione chimica, attraverso gli odori, avvenga anche tra gli esseri umani.
[3] Il temperamento è l’insieme delle tendenze con cui un individuo reagisce agli stimoli ambientali (comprese le interazioni con gli altri) ed è una caratteristica innata, cioè determinata geneticamente.
[4] In realtà tutti i mammiferi sono dotati di neuroni specchio, in special modo quelli che vivono in gruppo. L’essere umano, però, tra i mammiferi, è quello più dotato in tal senso, molto più dotato dei suoi “parenti” più prossimi, le scimmie.
[5] Dopo oltre vent’anni di ricerca e veementi critiche provenienti soprattutto dalla comunità scientifica degli psicologi (Blanco, 2016), oggi le proprietà dei neuroni specchio risultano verificate ampiamente anche per quanto riguarda l’essere umano (Iacoboni, 2010).
[6] Un esempio potrebbe essere quello della coppia Rosa Bazzi - Olindo Romano, autori della strage di Erba.

Bibliografia
  • Baliki M.N., Geha P.Y., Apkarian A.V. (2009), Parsing pain perception between nociceptive representation and magnitude estimation, in J. Neurophysiol., vol. 101, nº 2, febbraio 2009, pp. 875-887.
  • Beckes L., Coan J.A., Hasselmo K. (2013), Familiarity promotes the blurring of self and other in the neural representation of threat, Social Cognitive and Affective Neuroscience, agosto 2013, 8(6), pp. 670-677.
  • Blanco M. (2016), Fondamenti di Neurosociologia, Primiceri, Padova, 2016, pp. 185-190; 235.
  • Iacoboni M., Mukamel R., Kaplan J, Ekstrom A.D., Fried I., Single-Neuron Responses in Humans during Execution and Observation of Actions, Current Biology, 27 aprile 2010, Elsevier Ltd., pp. 750-756.
  • Iacoboni M., Lenzi G.L. (2003), Mirror neurons, the insula, and empathy, Behavioral and Brain Sciences, vol. 25, N. 1, febbraio 2002, pp. 39-40.
  • Phan K.L., Wager T., Taylor S.F., Liberzon I. (2002), Functional neuroanatomy of emotion: a meta-analysis of emotion activation studies in PET and fMRI, Neuroimage, vol. 16, nº 2, giugno 2002, pp. 331-348.
  • Reed C. L., Caselli, R. J. (1994), The nature of tactile agnosia: a case study, Neuropsychologia, 32(5), pp. 527-539.
  • Rizzolatti G. e Sinigaglia C. (2006), So quel che fai. Il Cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006, pp. 95, 121 e 179.
  • Sanfey A.G., Rilling J.K., Aronson J.A., Nystrom L.E., Cohen J.D. (2003), The neural basis of economic decision-making in the Ultimatum Game, Science, Vol. 300, N. 5626, giugno 2003, pp. 1755–1758.
  • Singer T., The neuronal basis and ontogeny of empathy and mind reading: review of literature and implications for future research, Neuroscience Biobehavioral Review, Vol. 30, N. 6, 2006, pp. 855-863.
  • Wright P., He G., Shapira N.A., Goodman W.K., Liu Y., Disgust and the insula: fMRI responses to pictures of mutilation and contamination, in Neuroreport, Vol. 15, N. 15, ottobre 2004, pp. 2347-2351.

 
Dott. MASSIMO BLANCO | P.I. 08039320968
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