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Il Cervello Sociale: valutazione dell’empatia e dell’assertività in pazienti con trauma cranico 2° parte

Ricerche tematiche


Il Cervello Sociale: valutazione dell’empatia e dell’assertività in pazienti con trauma cranico
di Elena Comerio, psicologa e neurosociologa

Seconda parte:
3. Intelligenza emotiva e intelligenza sociale
4. Due diverse "vie" per il sentire?


3. Intelligenza emotiva e intelligenza sociale

L’intelligenza cognitiva, l’intelligenza emotiva e quella sociale sono tre componenti fondamentali dell’intelligenza umana.
Con il termine "intelligenza cognitiva‟ si fa riferimento principalmente ai processi mentali superiori come il ragionamento e le capacità cognitive astratte (operazioni strategiche, ragionamento logico e inferenziale); mentre l’ intelligenza emotiva e quella sociale riguardano principalmente la percezione degli altri, il processamento immediato e l’utilizzo di contenuti emotivi e sociali per la formulazione di una risposta e sono maggiormente collegate ai circuiti sotto-corticali che mediano il comportamento istintivo per l’adattamento e la sopravvivenza (Goleman, 1995; Bar-On, 1997a ; Stein & Book, 2000).
Bar-On (2000, 2001) ha definito l’intelligenza emotiva come un’abilità multifattoriale di competenze sociali ed emozionali che influenzano la capacità degli individui di fronteggiare le richieste del vivere quotidiano in modo attivo ed efficiente.
Le sue componenti principali sono:

  • la capacità di essere consapevoli di se stessi e delle proprie emozioni;

  • la capacità di esprimere se stessi, le proprie emozioni, i propri sentimenti (assertività);

  • la capacità di essere consapevoli delle emozioni altrui (empatia) e di stabilire relazioni interpersonali;

  • la capacità di gestire e regolare le emozioni (tollerare lo stress e controllare gli istinti);

  • la capacità di fronteggiare in maniera realistica e flessibile ogni situazione e di essere in grado di risolvere qualsiasi problema sia di natura personale che interpersonale (flessibilità e problem solving);

  • la capacità di essere ottimisti per potere essere così sufficientemente motivati nel perseguire un obiettivo (ottimismo, felicità, auto- realizzazione).

L’ intelligenza sociale è alla base della capacità del soggetto di comprendere, di esperire e utilizzare le emozioni, tenendo conto dell’ambiente sociale in cui è inserito; intervengono quindi nei processi di decisione e di valutazione delle situazioni e si manifestano nel modo in cui il soggetto si relaziona con gli altri (Bar-On, Tranel & Denberg, 2003).
L’intelligenza sociale venne concettualizzata per la prima volta nel 1920 da Thorndike (Thorndike, 1920) come la capacità di percepire se stessi e lo stato d’animo, le motivazioni e i comportamenti degli altri e, sulla base di tali informazioni, comportarsi nei loro confronti nella maniera migliore.
Secondo Goleman (2006) gli ingredienti dell’intelligenza sociale possono essere suddivisi in due grandi categorie: consapevolezza sociale, ossia ciò che percepiamo a proposito degli altri, e abilità sociali, il modo in cui sfruttiamo tale competenza.
La consapevolezza sociale si riferisce ad un’ampia gamma di sensazioni, e comprende:

  • Empatia primaria: sentire con gli altri, percepire segnali emotivi non verbali

  • Sintonia: ascoltare con piena ricettività

  • Attenzione empatica: capire i pensieri, i sentimenti e le intenzioni di un’altra persona

  • Cognizione sociale: sapere come funziona il mondo sociale

L’abilità sociale nasce dalla consapevolezza sociale, e comprende:

  • Sincronia: interagire omogeneamente a livello non verbale

  • Presentazione di sé: presentarsi in maniera efficiente

  • Influenza: plasmare l’esito delle interazioni sociali

  • Sollecitudine: interessarsi ai bisogni altrui e agire di conseguenza.


3.1 Assertività
L'assertività (affermazione di sé) è una componente dell’intelligenza emotiva e sociale e consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, tenendo conto del punto di vista altrui.
Alberti ed Emmons (2003) la definiscono come "un comportamento che permette a una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i suoi diritti senza ignorare quelli altrui".
Essa si può anche delineare come il giusto equilibrio tra due polarità: il comportamento passivo da una parte e il comportamento aggressivo dall’altra.
Per un comportamento assertivo sono necessari: una buona immagine di sé (autostima); un’adeguata comunicazione; libertà espressiva; capacità di rispondere alle richieste e alle critiche; capacità di dare e di ricevere apprezzamenti; capacità di sciogliere i conflitti.
L'autostima è necessaria nella condotta assertiva, poiché aiuta a relazionarsi in maniera adeguata con gli altri. Nella comunicazione, le persone assertive fanno spesso uso dei pronomi personali e di verbi incisivi, non provano difficoltà a manifestare il proprio disappunto verso l’interlocutore e non mascherano le proprie emozioni. Non c’è incongruenza fra comunicazione verbale e corporea, ossia ciò che viene detto col linguaggio verbale è anche quello che viene detto con il linguaggio corporeo. Pare evidente che, così realizzata, la comunicazione si rivela autentica.
Un presupposto fondamentale dell'assertività è il saper ascoltare, cioè prestare attenzione non solo al contenuto razionale ma anche a quello emotivo della comunicazione, riassumere, dare feedback e chiedere chiarimenti. Infatti per una comunicazione chiara e autentica è essenziale la capacità di ascolto: mentre la persona aggressiva giudica e critica e quella passiva è eccessivamente accondiscendente, quella assertiva è aperta e dà la giusta considerazione a colui che sta parlando. A tal fine un altro elemento indispensabile è l'empatia, ossia il riuscire a cogliere la prospettiva dell’interlocutore assumendone il punto di vista.
La comunicazione assertiva è dunque un metodo di interazione con gli altri fondato su alcuni elementi quali:

  • Un comportamento partecipe attivo e non "reattivo‟

  • Un atteggiamento responsabile, caratterizzato da piena fiducia in sé e negli altri

  • Una piena e completa manifestazione di sé stessi, funzionale all'affermazione dei propri diritti senza la negazione di quelli altrui e senza ansie o sensi di colpa

  • Un atteggiamento non censorio avulso dall'uso di etichette, stereotipi e pregiudizi

  • La capacità di comunicare i propri sentimenti in maniera chiara e diretta ma non minacciosa o aggressiva.

Una buona sincronizzazione con l’interlocutore implica una vivace sensibilità percettiva non verbale: la selezione degli eventi segue la valutazione e l'analisi della realtà.
L'anassertivo ha generalmente un'eccessiva preoccupazione centrata su se stesso, di sé di fronte al problema.
Il comportamento assertivo si riconosce da alcune espressioni corporali particolarmente aperte, cordiali e coerenti nei vari livelli della comunicazione. Si caratterizza dall’uso di parole che esprimono fiducia in sé stessi e negli altri. L'individuo assertivo è in grado di descrivere il comportamento altrui senza imporsi ed evitando giudizi. Cerca di evitare di ferire la sensibilità altrui con espressioni o giudizi offensivi.
La componente cognitiva dell’assertività comprende tutti i pensieri che condizionano il nostro comportamento. Esistono persone talmente esigenti nei propri confronti da negarsi una possibilità di essere assertivi o che rinunciano a farsi valere per mancanza di fiducia in se stessi sconfinando in atteggiamenti rinunciatari.
La componente emotiva comprende il livello di arousal e il tono e il volume della voce. L’assertività consiste nel trasmettere il proprio messaggio al livello emotivo più adatto alla situazione, perché il tono di voce ha un ruolo decisivo nell'opera di persuasione.
Come detto sopra, anche la componente non verbale è estremamente importante.
Gran parte della comunicazione avviene infatti non verbalmente, e la comunicazione non verbale ha un forte impatto sull'interlocutore. Un'analisi dei vari comportamenti non verbali può essere basata sul contatto visivo, sulle espressioni del volto, sul silenzio, sul tono, volume e inflessione della voce, sui gesti e sul linguaggio del corpo. Le parole sono rafforzate dalla gestualità: la persona passiva risulta carente nell'usare la gestualità e quella aggressiva irrompe con eccessiva vistosità e ampiezza. La persona assertiva dimostra invece di saper utilizzare la gestualità in maniera corretta, arricchendo così la conversazione.

3.2 Empatia
L’empatia costituisce, assieme all’assertività, un’altra componente essenziale dell’intelligenza sociale ed emotiva, per il comportamento, lo sviluppo e l‟adattamento dell’individuo nella società.
È la capacità di „sentire‟ il prossimo, esperendone e condividendone i sentimenti e le emozioni. È la capacità di fare inferenze sulle proprie e altrui esperienze emotive (Davids, 1980; Mehrabian & Epstein, 1972).
Con il termine „empatia‟ si fa riferimento alla capacità di riconoscere le emozioni e i sentimenti altrui, distinguendo fra sé e l’altro (Decety, 2010).
L’empatia riveste un ruolo importante all’interno dei processi psicologici e cognitivi poiché motiva il comportamento pro-sociale, un comportamento adattivo per la specie umana.
Così come altri processi cognitivi e sociali, l’empatia è un costrutto che riguarda diverse strutture e sistemi cerebrali, che includono sia la neocorteccia che le strutture sottocorticali, ed inoltre coinvolge il sistema nervoso autonomo, l‟asse ipotalamo- pituitaria, e il sistema endocrino, che regolano la reattività corporea e le emozioni.

3.3 Neurosviluppo dell'empatia e il modello di Decety
Secondo Decety (2010), la capacità di "empatizzare‟ emergerebbe quando il bambino inizia ad esser più consapevole di fare esperienza dell’altro, durante il secondo e il terzo anno di vita.
Decety (2005; Decty & Meyer, 2008) propone un modello in cui sono classificati i diversi tipi di empatia, che considera separati sia da una prospettiva neuroscientifica che evolutiva, avvalendosi di studi condotti su pazienti neurologicamente compromessi (Decety, 2010; Strum et al., 2006), e dimostrando che solo l’integrazione funzionale di tutte le tipologia dell’empatia conduce ad agire un comportamento socialmente adeguato.
In questo modello vengono inclusi processi bottom-up, per quanto riguarda la condivisione emotiva, e processi top-down, in cui le motivazioni, le intenzioni e gli atteggiamenti del soggetto influenzano la qualità dell’esperienza empatica e del comportamento pro sociale:

a. Arousal affettivo (empatia affettiva/primaria): un processo bottom-up che riguarda la condivisione emotiva, in cui avviene un processamento rapido del segnale emotivo, che coinvolge l’amigdala, l’ipotalamo e la corteccia orbito frontale. L’empatia affettiva è la capacità di entrare in reciproca risonanza affettiva; la componente affettiva dell’empatia si svilupperebbe prima di quella cognitiva, come dimostrano ampie evidenze comportamentali; infatti per un bambino è importante non solo discriminare fra individui familiari o meno, ma anche avere informazioni in merito ai sentimenti e alle intenzioni altrui.
Secondo uno studio sui neonati di 10 settimane (Haviland & Lewica, 1987), essi sarebbero già in grado di imitare espressioni di tristezza, paura, sorpresa; le precoci interazioni affettive con gli altri risultano propedeutiche per la strutturazione dei processi bottom-up dell’empatia. Anche i neuroni specchio del giro inferiore frontale sarebbero coinvolti nel creare una „risonanza affettiva‟ ed empatica, come dimostra uno studio con fMRI condotto su bambini di 10 anni (Pfeifer et al., 2008), che esamina la relazione fra il sistema dei neuroni specchio e due diversi indicatori del funzionamento sociale (empatia e competenza interpersonale).

b. Comprensione delle emozioni (empatia cognitiva): un processo top-down che richiede la consapevolezza di sé e dell’altro, e coinvolge la corteccia prefrontale mediale, la corteccia ventromediale, e la giunzione temporoparietale.
L’empatia affettiva, propedeutica all’abilità cognitiva, è la base per iniziare a sviluppare un „sentire condiviso", tuttavia non basta per conseguire una completa e matura esperienza di „comprensione empatica‟. Questo tipo di comprensione richiede che il soggetto si formi un’esplicita rappresentazione dei sentimenti dell’altra persona quale agente intenzionale, e necessita dunque di ulteriori meccanismi computazionali oltre a quelli del precedente livello di „condivisione e risonanza affettiva‟ (Decety et al., 2008).
Le componenti cognitive dell’esperienza empatica si sviluppano nel corso dell’esperienza e dell’evoluzione. Infatti un‟esperienza empatica matura è uno stato mentale il cui contenuto è sia affettivo (risonanza affettiva piacevole o non piacevole) che concettuale (una rappresentazione della relazione dell‟individuo col mondo circostante) (Barrett et al., 2007).
Il costrutto dell’empatia contiene entrambe le dimensioni, intrapersonale e interpersonale. Nel corso dello sviluppo le inferenze in merito alle emozioni diventano più complesse, e si impara a discernere fra più emozioni socialmente rilevanti.
Grazie alla dimensione cognitiva dell’empatia, l’individuo è in grado di mettersi nella prospettiva altrui per comprendere cosa l’altro prova.
L’empatia si suddividerebbe quindi in "affettiva‟ e "cognitiva‟, dove la prima riguarderebbe il „sento ciò che tu senti‟ , quindi uno stato più istintivo della sintonizzazione emotiva; mentre la seconda sarebbe "comprendo ciò che tu senti‟, includendo gli aspetti cognitivi della sintonizzazione emotiva, il fare inferenze sullo stato affettivo dell’altra persona.
Questi aspetti cognitivi dell’empatia sono affini e connessi al costrutto della Teoria della Mente. La ToM si riferisce all’ abilità del soggetto di dedurre gli stati mentali del prossimo, come, ad esempio, desideri, intenzioni e idee e la sua capacità di adottare il punto di vista dell’altro. Tale capacità dipenderebbe principalmente da abilità cognitive (Premack & Woodruff, 1978; Frith, 1999).
La ToM può essere considerata come l’apice della capacità di comprendere l’altro, dopo esser entrato in risonanza con lui ed averne inferito gli stati affettivi, e come indice di uno sviluppo maturo nell’ambito delle relazioni affettive; il suo sviluppo dipende dalla strutturazione di connessioni fra aree dominio-generali e circuiti specializzati per aspetti delle abilità sociali. Alcuni studi di neuroimaging (Brunet et al., 2010) hanno identificato un network neurale alla base della comprensione degli stati mentali altrui e propri, che connette la corteccia prefrontale mediale con il solco temporale superiore posteriore. Possiamo quindi affermare che i circuiti neurali implicati nella comprensione delle emozioni altrui (empatia cognitiva) in parte si sovrappongono a quelli coinvolti nel processo di ToM.
Come se, nel processo di interazione, per arrivare a vivere un’esperienza completa e matura di comprensione emotiva e mentale di sé e dell’altro, l’evoluzione preveda un continuum nello sviluppo delle differenti abilità: dopo l’empatia affettiva, si sviluppa l’empatia cognitiva fino a giungere allo sviluppo della ToM.

c. Regolazione emotiva: un processo top-down che dipende dalle funzioni esecutive, che troviamo nelle connessioni fra la corteccia orbito frontale e quella prefrontale mediale con la corteccia dorso laterale, così come le connessioni corticali con le strutture limbiche sottocorticali coinvolte nel processamento delle informazioni emozionali. La regolazione emotiva è la capacità di rispondere ad un’esperienza affettiva con una serie di emozioni spontanee e al contempo socialmente tollerabili, ed è quindi un‟abilità che incorre postuma nello sviluppo dell’individuo.
È interessante notare che lo sviluppo di questa abilità è funzionalmente connesso allo sviluppo delle funzioni esecutive e della metacognizione.
Le aree più coinvolte nella regolazione emotiva sono la corteccia prefrontale, nella porzione ventromediale e dorsale, e la corteccia cingolata anteriore (Ochsner, 2002).

4. Due diverse "vie" per il sentire?
Deduciamo da quanto detto in precedenza che nelle nostre interazioni sociali, quando ci sintonizziamo con un’altra persona, entrano in gioco quindi due tipi di empatia: affettiva e cognitiva.
Secondo Goleman (2006), quando ci sintonizziamo con l’altro, il cervello sperimenta due tipi di "vie del sentire‟: un flusso rapido, della via bassa, "empatia primaria" (attraverso le connessioni tra le cortecce sensoriali, il talamo e l’amigdala, che origina una reazione immediata), e un flusso più lento, la via alta, ‘empatia secondaria’, (dal talamo fino alla neocorteccia e poi verso l’amigdala, innescando una reazione più lenta e meditata).
La "via bassa‟ è composta da circuiti che agiscono in maniera automatica, a velocità elevatissima. Sarebbe la via dell’ "empatia affettiva‟.
La "via alta‟, al contrario, si riferisce a sistemi neurali che agiscono in maniera più seriale e lenta. Sarebbe la via dell’ "empatia cognitiva‟.
Goleman (2006) cita gli scienziati del National Insitute of Mental Healt (NIMH), dicendo che anche loro differenziano fra le due vie, e che propongono ulteriori aree coinvolte nell’empatia cognitiva: la corteccia frontale mediale, il solco temporale superiore e il lobo temporale, che aiuterebbero nel decidere la risposta dopo avere sentito lo stato affettivo dell’altra persona.
In un recente studio Shamy- Tsoory e collaboratori (2009), hanno cercato di dimostrare se l’empatia "affettiva‟ e quella "cognitiva‟ sottostanno ad un unico sistema o se vi è una doppia dissociazione, confrontando pazienti con lesioni prefrontali ventromediali (VM) con pazienti con lesioni al giro frontale inferiore (IFG). Il loro primo obiettivo era quello di investigare quali substrati neuroanatomici fossero coinvolti nei due differenti sistemi di empatia, partendo dal presupposto che l’ „empatia affettiva‟ coinvolgesse l’ IFG (e il sistema di neuroni specchio) e quella „cognitiva‟ VM, come dimostrano studi condotti in precedenza.
Il secondo obiettivo era quello di comprendere quale rapporto vi fosse fra i due sistemi: indipendenza o dipendenza.
Reclutarono così 13 pazienti, di cui 11 con danno a VM e 8 con danno a IFG, e per controllo reclutarono 11 pazienti con danno alla corteccia posteriore (PC) e 34 soggetti neurologicamente sani.
I soggetti vennero sottoposti al test IRI (Davis, 1983), un questionario di 28 item, con sottoscale che valutano entrambi le dimensioni dell’empatia, ad un compito di riconoscimento di emozioni, ad un compito di falsa credenza di secondo ordine (ToM) e ad un esame neuropsicologico.
Risultò non esserci una differenza significativa all’esame neuropsicologico. Tuttavia le analisi statistiche rivelarono una differenza significativa per i pazienti con lesione in VM alle prestazioni nelle sottoscale dell’IRI per l’empatia cognitiva, e una significativa per i pazienti con lesione in IFG nelle sottoscale per l’empatia affettiva. Entrambi i gruppi erano più scadenti in quelle sottoscale.
Vennero fatte anche analisi di correlazione fra regione lesa e tipologia di empatia, da cui è emerso che i pazienti con lesione in VM correlavano con deficit di empatia cognitiva. Così come quelli con lesione in IFG correlavano con deficit di empatia affettiva. Per quanto riguarda gli altri compiti, le analisi statistiche rivelarono che i soggetti con deficit in VM cadevano nel compito ToM, mentre quelli con danno in IFG cadevano in quello di riconoscimento di emozioni. Rispetto agli obiettivi iniziali dei ricercatori, dallo studio emerge che:

  • Rispetto al primo obiettivo, dai risultati si evince che le aree IFG e VM sono coinvolte rispettivamente nei processi di empatia affettiva e cognitiva. I pazienti con danno in IFG mostrano deficit di empatia affettiva e nel riconoscimento di emozioni, mentre risulta intatta l‟empatia cognitiva; quelli con danni in VM mostrano, invece, deficit nell’empatia cognitiva e in compiti di ToM, mentre risultano intatte l’empatia affettiva e l’abilità di riconoscere le emozioni altrui.

  • L’area 44 è risultata fondamentale per l‟empatia affettiva, mentre le aree 10 e 11 per quella cognitiva.

  • I neuroni specchio sembrano giocare un ruolo essenziale per l’empatia affettiva, poiché l’area 44, che corrisponderebbe all’area F5, è una parte centrale del loro sistema. Da precedenti studi, l’area 44 risulta essere importante nella social cognition sia come substrato neurale dell’imitazione (Rizzolatti et al., 2004) , sia perché implicata in processi di riconoscimento di emozioni altrui e di identificazione di intonazione emotiva (Wildguber et al., 2001) e giudizio di espressioni facciali (Kesler-West et al., 2001). I ricercatori sostengono che l’imitazione, che è il „cuore‟ della „risonanza emotiva‟, dipenda da stimoli sociali emotivi, quindi che l‟esperienza emotiva possa motivare ed indurre all’imitazione e questo sia possibile solo possedendo un sistema di neuroni specchio intatto.

  • Sempre secondo i ricercatori questo sarebbe compatibile con un recente report di Nummenmaa et al. (2008) in cui si sostiene che l’empatia affettiva faciliti la rappresentazione motoria delle emozioni altrui e che rispecchi maggiormente gli stati emotivi altrui rispetto all’empatia cognitiva.

  • Rispetto al secondo obiettivo, i risultati supportano l’esistenza di due sistemi di empatia: un sistema „affettivo‟, che comprende anche il sistema dei neuroni specchio, e che insorge prima a livello ontogenetico; un sistema „cognitivo‟, per la comprensione dello stato affettivo altrui, che si sviluppa nell’infanzia e nell’adolescenza, quindi più avanzato, che coinvolge la corteccia VM.

  • Queste due "vie del sentire‟ sarebbero autonome; tuttavia una risposta empatica, completa e matura, le richiede entrambi, in misure diverse a seconda del contesto sociale e della sintonia fra sé e l’altro.

  • Gli autori concludono affermando che, sebbene la ricerca si sia focalizzata su le regioni VM e IFG, vi sono altre aree coinvolte per entrambi i sistemi: le abilità cognitive riguarderebbero anche la giunzione temporoparietale (Samson et al., 2004), il solco temporale superiore e i poli temporali (Gallagher & Frith, 2003); l’amigdala, la corteccia somatosensoriale destra, il polo temporale destro e l’insula sono implicate negli aspetti più affettivi dell’empatia (Reiman et al., 1997; Blair, 2003; Carr et al., 2003; Wicker et al., 2003; Singer et al., 2004)


Quindi, in conclusione, possiamo affermare che sì, le evidenze in ambito neuro scientifico stanno dimostrando che esisterebbero due differenti sistemi di empatia e che essi sarebbero mediati da due differenti network supportati da diversi "core" neurali.


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