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I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente

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I neuroni specchio e la comunicazione genitore-adolescente
La prospettiva neurosociologica dell’interazione comunicativa
di Massimo Blanco, neurosociologo e criminologo

I neuroni specchio, scoperti per la prima volta nel 1992 dal Prof. Giacomo Rizzolatti e dalla sua equipe di ricercatori all’Università di Parma, sono delle cellule nervose che si attivano quando compiamo un atto motorio finalizzato e si attivano allo stesso modo quando osserviamo un altro soggetto eseguire il medesimo atto. Ad esempio, quando osserviamo una persona prendere un bicchiere per portarlo alla bocca, nel nostro cervello si attivano gli stessi neuroni motori che si attiverebbero se l’atto di prendere il bicchiere per portarlo alla bocca lo stessimo compiendo noi stessi. In pratica, da un punto di vista esperienziale, noi effettuiamo degli atti motori anche quando vediamo qualcun altro eseguirli. Facciamo esperienza compiendo degli atti motori finalizzati e facciamo esperienza osservando gli altri compiere atti motori facenti parte del nostro repertorio motorio. La definitiva prova della presenza e delle incredibili proprietà dei neuroni specchio nell’uomo, è stata fornita da una ricerca pubblicata nel 2010 dal Prof. Marco Iacoboni della University of California di Los Angeles, il quale, insieme alla sua equipe, è riuscito a studiare queste cellule per mezzo di elettrodi inseriti nel cervello di pazienti volontari già in cura per epilessia grave (Iacoboni et al., 2010).
I neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale anche nell’apprendimento, in quanto la base di quest’ultimo è di natura motoria (Buccino et al., 2004b). Inoltre, la scoperta dei neuroni specchio ha confermato le osservazioni compiute negli anni Settanta del secolo scorso dallo psicologo Meltzoff il quale studiò il comportamento imitativo di un bambino nato da soli quarantuno minuti (Meltzoff e Moore, 1977). Infine, la maggior parte degli etologi sono fermamente convinti che l’imitazione sia una caratteristica spiccatamente umana e, grazie agli studi effettuati sui neuroni specchio, oggi sappiamo che essa è resa possibile da queste particolari cellule nervose (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006).
Per tutta la durata della nostra vita noi esseri umani imitiamo i nostri simili e ci rispecchiamo in essi. Le esperienze sociali sono la fonte del nostro saper vivere in tutti i sensi, dagli atti motori sino ad arrivare alla manifestazione delle emozioni (Gallese et al., 2004). Come gli atti motori vengono riprodotti a livello esperienziale nel nostro cervello, allo stesso modo le emozioni di chi stiamo osservando hanno in noi il medesimo effetto. Io osservo il volto di una persona e le sue emozioni risuonano in me, perché mi rispecchio in essa. In sostanza, i neuroni specchio sono la base neurale dell’empatia: sperimentiamo dentro di noi le emozioni che prova un nostro simile (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). Inoltre, l’empatia promuove l’apprendimento per imitazione grazie a meccanismi automatici di simulazione incarnata, come ha ulteriormente confermato uno studio pubblicato nel 2011 dai ricercatori della Scuola Internazionale Superiori di Studi Avanzati di Trieste (Crescentini et al., 2011). Infine, i neuroni specchio si attivano anche per atti motori finalizzati che vengono uditi. Ad esempio, se sento aprire una lattina di una bibita in una stanza accanto alla mia dove non vedo l’autore di quell’atto motorio, i miei neuroni specchio si attivano come se l’atto lo stessi compiendo io stesso (Rizzolatti et al., 2003). Con i medesimi meccanismi, in me viene simulato lo stato d’animo di una persona che non vedo ma che sento ridere, piangere o urlare dal dolore.
In un contesto di educazione genitoriale, grazie alle conoscenze che abbiamo sul sistema mirror, si possono fare diverse considerazioni in relazione alla comunicazione genitore-figlio che spesso è alla base di numerose problematiche educative, soprattutto con i ragazzi adolescenti.
Da pochi anni, grazie alle strumentazioni di neuroimaging, sappiamo che a 15 anni il cervello di un essere umano risulta ancora nella sua piena fase di maturazione e uno studio pubblicato nel 1999 indica nei 30 anni di età il termine medio di maturazione della corteccia prefrontale (Sowell et al., 1999). Nella fase dell’adolescenza i circuiti neurali delle emozioni e degli istinti (sistema limbico) sono già al massimo del loro sviluppo e delle loro potenzialità, pertanto, un quindicenne, per quando possa dimostrarsi maturo, è potenzialmente una bomba pronta per esplodere. Infatti, il ragazzo attraversa una fase in cui le aree cerebrali che modulano il comportamento sociale e la capacità di giudizio (la corteccia prefrontale) risultano ancora assai inadeguate rispetto a situazioni che impongono certe responsabilità o scelte. Ciò non significa che un quindicenne debba essere considerato ancora un bambino ma indica chiaramente che esso attraversa una delicata fase in cui ha bisogno e, soprattutto, diritto di avere a disposizione modelli comportamentali sociali adeguati. Purtroppo, oggi, i genitori non sempre riescono ad assolvere pienamente le loro funzioni educative in quanto essi stessi vittime di stressor sociali sempre più incalzanti. L’adolescente cresce e reclama la sua autonomia mentre il genitore viene chiamato a decidere se lasciar fare al ragazzo le sue esperienze oppure se tenerlo legato a sé rischiando di essere percepito (o diventare realmente) troppo autoritario. Di norma un genitore saggio cerca la giusta via di mezzo, ma non sempre la buona volontà risulta premiante, in quanto, come vedremo in seguito, il "mestiere" del genitore richiede la conoscenza di alcuni meccanismi cerebrali.
Nell’adolescenza, l’intima relazione sociale vissuta tra genitore e figlio fino alle ultime fasi dell’infanzia perde inesorabilmente significato: il "mondo" dell’adolescente si separa da quello del genitore e la comunicazione risulta difficoltosa o impossibile per via della distanza creatasi tra il mondo del genitore (e della famiglia) e il mondo del figlio. Quindi, mancando la comunicazione, viene anche a mancare la possibilità per il genitore di educare i figli e accompagnare le loro esperienze fino alla maturazione delle strutture cerebrali implicate nel comportamento sociale. Infatti, il cervello risponde al principio di plasticità esperienza-dipendente (Cozzolino, 2008) e ciò significa che le strutture neuronali si modellano in base a quel che viene appreso e a come viene interiorizzato. Il cervello è estremamente plastico per tutta la durata della vita, quindi ognuno di noi può sempre modificare comportamenti, attitudini ecc., ma la maturazione si ha nell’infanzia e nell’adolescenza. Nell’infanzia si sviluppano e si modellano i circuiti emozionali e sociali tipici del bambino, nell’adolescenza si formano e si modellano quelle strutture cerebrali sociali indispensabili per rendere una persona pienamente autonoma. In pratica, chi è chiamato ad educare è un vero e proprio "allenatore" di cervelli, ma se questo allenatore non riesce a comunicare con il proprio atleta, sarà poco probabile vincere qualsiasi gara.
L’educazione si realizza solo se vi è una adeguata interazione comunicativa tra caretaker ed educandi. L’interazione comunicativa non è un processo a senso unico, dove, ad esempio, il genitore parla e il figlio ascolta, ma uno scambio comunicativo in cui si realizza una condivisione dei significati. Senza interazione non c’è comunicazione e senza comunicazione non c’è interazione. Di conseguenza, senza un’interazione comunicativa, qualsiasi tentativo di educare risulta quantomeno difficoltoso se non proprio inutile.
George Hebert Mead (1863 - 1931), filosofo, sociologo e psicologo statunitense considerato tra i padri fondatori della psicologia sociale, affermava che per avere un’efficace interazione comunicativa è necessario "mettersi nei panni dell’altro", cioè assumere il punto di vista di quest’ultimo. Solo superando il proprio egocentrismo cognitivo risulta davvero possibile l’interazione comunicativa (Mead, 1934); quindi, un genitore che implementa un’interazione comunicativa efficace, favorisce nel ragazzo la creazione di un dialogo interiore affine al proprio e questo facilita l’interiorizzazione delle regole sociali. Mead non sapeva ancora dell’esistenza dei neuroni specchio, ma già la sua teoria sull’interazione comunicativa anticipava da un punto di vista psicologico sociale ciò che oggi sappiamo sotto il profilo neurofisiologico.
La nostra cultura occidentale insegna che, per conoscere i pensieri, le idee e gli stati d’animo altrui, condividendo ciò che gli altri sentono, è necessario stabilire un dialogo con essi. Infatti, molti genitori di figli adolescenti ricorrono a questa strategia e dedicano anche molto tempo a parlare con i loro ragazzi, cercando di capire e farsi capire. Il problema è che ogni forma di comunicazione richiede una connessione tra gli attori dell’interazione comunicativa e se non c’è connessione non può realizzarsi una comunicazione. Così, molti genitori si ritrovano in vere e proprie crisi con i loro figli adolescenti perché non sanno più cosa fare, lamentandosi di averle tentate tutte per entrare in contatto con il mondo dei loro ragazzi ma senza risultati apprezzabili. Come vedremo ora, il dialogo verbale non è un metodo efficace per comunicare con un figlio e, tanto meno, per riuscire a connettersi nuovamente con un adolescente il cui legame intimo ha perso la sua identità originaria. Anzi, nella maggior parte dei casi il dialogo improntato sulla comunicazione verbale risulta inutile o controproducente, rendendo il ragazzo ancor più refrattario a ristabilire una connessione con il genitore e a condividerne i codici comportamentali sociali.
Gli esperti di comunicazione affermano che, in un’interazione tra due soggetti, la comunicazione verbale incide per un misero 7% e il 55% appartiene alle espressioni facciali e ai movimenti del corpo (comunicazione non verbale). Il restante 38% all’aspetto vocale che riguarda il volume, il ritmo e il tono della voce (Mehrabian, 1971). In sostanza, ciò che hanno scoperto i neuroscienziati negli ultimi vent’anni sui neuroni specchio, si sposa perfettamente con gli studi condotti dallo psicologo statunitense Albert Mehrabian e li conferma da un punto di vista neurofisiologico. Infatti, i neuroni specchio rispondono ai movimenti e ai suoni che, per l’interlocutore, diventano molto più significanti delle parole alle quali siamo abituati dalla nostra cultura a dare la precedenza nella comunicazione. Pertanto, il primo passo per capire come comunicare con i figli è comprendere come agisce il sistema dei neuroni specchio. Il "mestiere del genitore è il più difficile del mondo" recita un detto e, sfortunatamente, non esiste metodo educativo genitoriale che sia davvero efficace sempre e comunque. Nonostante ciò, io credo che sapere come funzionano i neuroni specchio e la comunicazione interpersonale dovrebbe essere patrimonio culturale di qualsiasi donna o uomo che vuole avere dei figli, farli crescere sereni, sicuri, con una adeguata autostima e appropriate competenze sociali. Ai genitori, in tale contesto, aggiungerei tutti gli attori sociali coinvolti nell’educazione e nella formazione di un ragazzo, come gli insegnanti, gli educatori, gli assistenti sociali, gli operatori dei riformatori, gli istruttori sportivi, gli animatori degli oratori ecc.
Come già argomentato, i neuroni specchio sono delle speciali cellule nervose presenti nel nostro cervello che ci permettono di apprendere per imitazione, e questo apprendimento avviene in modo molto più efficace in un contesto empatico. L’empatia si realizza tramite meccanismi di simulazione incarnata consentiti dal sistema mirror il quale permette alle persone di condividere l’uno il "mondo" dell’altro. In questo modo, un genitore può ristabilire con il proprio figlio adolescente un’intima connessione che permetterà di procedere con la comunicazione. In ciò che si è appena detto, ritroviamo quanto già affermava Mead quasi sessant’anni prima della scoperta di Rizzolatti e colleghi: per realizzare l’interazione comunicativa, è necessario mettersi nei panni dell’altro. Pertanto, nella relazione con un’adolescente, mettersi nei suoi panni, cioè empatizzare con esso, risulta indispensabile. Empatizzare significa comprendere l’altro, entrare nel suo mondo, condividerne le emozioni e gli stati d’animo. Il termine "emozione" deriva dal francese émouvoir, cioè "mettere in moto" e qui, il parallelo con i neuroni specchio, che sono neuroni motori, è presto fatto. L’emozione, quindi, da un punto di vista neurofisiologico riguarda l’attivazione di un movimento: osservo il tuo volto e si "mette in moto" (émouvoir) un meccanismo che fa risuonare in me ciò stai provando.
Dall’analisi fin qui fatta, si può agevolmente giungere a delle conclusioni che lasciano spazio a poche alternative possibili. Il dialogo efficace tra un genitore e un figlio adolescente non si realizza con la comunicazione verbale ma con quella resa possibile dai neuroni specchio. Il tempo passato con i ragazzi adolescenti al fine di comprendere il loro mondo, non può essere affidato al dialogo verbale. Le parole, per quanto possa suonare strano, hanno poco significato e poco ci permettono di condividere. E questo è un concetto che vale non solo per l’interazione con i bambini e gli adolescenti ma per l’interazione con tutti gli esseri umani. "Quando non mi comportavo bene, bastava uno sguardo di mio padre!". Questa è una delle classiche frasi che molte persone adulte, oggi, proferiscono con un pizzico di nostalgia per una metodologia educativa che, a mio parere, attualmente viene da molti ingiustamente definita antiquata. In realtà, un tempo, molti genitori, soprattutto i padri, verbalizzavano poco ma comunicavano molto con i propri figli e lo facevano in contesti che, a prima vista, possono sembrare carenti di comunicazione. Ad esempio, molti padri si facevano aiutare dai maschi in piccoli lavori di manutenzione, mentre le mamme chiedevano alle figlie di dare una mano in cucina. In tali situazioni, dietro l’apparenza di una semplice collaborazione familiare, in realtà i cervelli di genitori e figli si connettevano ed entravano in sincronia per mezzo dei neuroni specchio proprio grazie agli atti motori derivanti dalle attività domestiche condivise. Oggi, diversi genitori utilizzano ancora gli stessi sistemi ma, ad un certo punto, quando il ragazzo o la ragazza divengono adolescenti, i momenti di condivisione tendono ad affievolirsi. Come già rappresentato, da una parte l’adolescente reclama autonomia e indipendenza e, dall’altra, il genitore cerca di adottare sistemi meno restrittivi di quelli che ha vissuto alla stessa età oppure tende a far valere la sua figura in modo autoritario. Così, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza segna anche il passo della disconnessione tra genitore e figli che, talvolta, viene vissuta dai primi in modo tragico.  
Cercare di mettersi in comunicazione con un adolescente senza essere passati da una connessione improntata sui neuroni specchio, è come cercare di telefonare senza avere inserito la spina nella presa telefonica. Se si desidera comunicare con un adolescente non è affatto necessario ricorrere a fini strategie cognitive ma, semplicemente, iniziare a considerare il ragazzo il protagonista dell’interazione comunicativa, osservarlo, far parlare il volto, i gesti, i comportamenti e le emozioni, lasciando fare ai neuroni specchio il loro lavoro. Questo è il quadro di un rapporto sereno e costruttivo al quale la comunicazione verbale fa solo da cornice.



Bibliografia

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