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Dimenticare il proprio figlio in auto: le cause non sono psicologiche ma sociali

Ricerche tematiche

Dimenticare il proprio figlio in auto: le cause non sono psicologiche ma sociali

tratto da "Fondamenti di Neurosociologia", Blanco (2016),

Primiceri Editore, Padova


 
Noi occidentali del Terzo millennio siamo abbastanza inclini, chi più chi meno, a vivere una vita interiore quantitativamente molto significativa. Rimuginazioni, desideri, progetti, preoccupazioni e speranze connotano i nostri pensieri e il nostro dialogo interiore[1], mentre le nostre azioni di routine sono perlopiù affidate ad una sorta di “pilota automatico”. Nel nostro tempo, i troppi impegni quotidiani, gli eccessivi stimoli esterni e le pressioni sociali hanno assunto caratteristiche troppo gravose da gestire persino per il nostro potente cervello. Basti pensare a quei genitori che abbandonano il proprio bambino in auto credendo di averlo già accompagnato al nido. A pensarci bene, la nostra ipertecnologica società ha imboccato una strada assai pericolosa se possono accadere certe disgrazie così innaturali come dimenticarsi il proprio figlio. Le probabilità di avere dei “buchi” nella memoria sono sempre in agguato e questo aspetto deve portare ad una attenta riflessione su come è articolata la nostra vita di tutti i giorni e sulle insidie che essa nasconde.
 
Sul fronte delle relazioni sociali le cose non vanno meglio. Infatti, più ci perdiamo nel nostro mondo interiore, più ci allontaniamo dalle interazioni con l’ambiente e con gli altri. A tutto ciò, negli ultimi anni, si sono aggiunti i moderni strumenti di comunicazione che, paradossalmente, avvicinano persone lontane e allontanano quelle vicine. Molte persone dedicano forse più tempo alle interazioni tramite i servizi di messaggistica istantanea piuttosto che alle interazioni con le persone che hanno di fronte. Chissà quante volte sarà capitato anche a voi di notare due o più persone sedute allo stesso tavolo di un ristorante le quali interagiscono con il proprio smartphone piuttosto che con i commensali. Queste situazioni le si notano dappertutto: in strada, sui mezzi di trasporto pubblici, nelle sale d’attesa ecc. Possono verificarsi in qualsiasi luogo e tempo facendoci perdere la consapevolezza delle persone e dell’ambiente intorno a noi. Ad esempio, mentre si guarda la tv o si lavora al pc, se arriva un messaggio o una telefonata si passa da un apparecchio elettronico all’altro e i contatti visivi o uditivi con le persone e l’ambiente circostante passano in secondo piano. Le relazioni sociali, fatte anche solo di sguardi attenti alla realtà esterna, all’ambiente e alle persone, sono eventi sempre più rari. Infatti, i lassi temporali in cui il cervello si estranea dalla realtà diventano sempre più lunghi nell’arco della giornata e l’imponente attività che si svolge nel nostro mondo interno prende il sopravvento sulle interazioni che dovremmo naturalmente avere con il mondo esterno.
 
Quando siamo assorbiti dai nostri pensieri, stiamo svolgendo attività routinarie, oppure siamo presi dal chattare, parlare al telefono, guardare o ascoltare contenuti multimediali, si verificano stati mentali di dissociazione tra attenzione ed elaborazione sensoriale in relazione a ciò che ci circonda. Il cervello distoglie l’attenzione da ciò che vede o sente nell’ambiente fisico per dedicarsi ad altre informazioni sensoriali visive o uditive derivanti da computer, smartphone, iPod ovvero a quelle provenienti dai pensieri. Il nostro sistema cognitivo, per quanto potente, non ha risorse illimitate e quando giudica qualcosa come prioritario, deve necessariamente escludere altro. Per molte persone, la priorità sono i mille pensieri che pervadono la loro mente. Pensieri che riguardano il denaro, l’educazione dei figli, il rapporto con il partner, le tragiche notizie date dai media ecc. Il tutto condito dai grandi nemici che accompagnano l’esistenza dell’essere umano occidentale moderno, cioè l’orologio e il calendario.
 
Ultimamente, gli scienziati stanno studiando sempre con maggiore attenzione due fenomeni cerebrali che riguardano gli aspetti fino ad ora trattati: la cecità e la sordità da disattenzione. La cecità da disattenzione, chiamata anche cecità percettiva, si verifica quando uno stimolo che entra nel nostro campo visivo non viene elaborato dal cervello e, pertanto, viene a mancare la percezione di quanto avremmo dovuto vedere. Ciò accade anche per la sordità da disattenzione nel merito della percezione uditiva. Ultimamente, la cecità e la sordità da disattenzione vengono studiate in relazione all’uso di cellulari, tablet, pc, iPod ecc. In uno dei diversi esperimenti condotti dai ricercatori in questo ambito, i partecipanti ai test furono divisi in quattro gruppi. I soggetti del primo gruppo dovevano camminare per strada mentre erano impegnati in una conversazione telefonica con il cellulare, quelli del secondo gruppo mentre ascoltavano musica con le cuffie da un lettore mp3, quelli del terzo mentre conversavano con un amico, mentre quelli del quarto erano soli, quindi senza nessuna distrazione. Mentre i soggetti di tutti i quattro gruppi passeggiavano per la strada, ad un tratto spuntavano dei clown su un monociclo. Il risultato fu che la maggior parte di coloro che erano impegnati a parlare con il cellulare, non aveva notato i clown. Nella classifica dei più distratti, seguirono chi ascoltava musica con le cuffie e chi camminava in coppia chiacchierando (Hyman, 2010). In un altro esperimento, fu appurato che, anche se le mani sono libere perché si utilizza il vivavoce, guidare e telefonare contemporaneamente può portare ad un deterioramento delle prestazioni di guida in sicurezza causato da una ridotta attenzione verso gli input visivi (Strayer et al., 2003). Recentemente, uno studio condotto, in questo caso, sulla sordità da disattenzione, ha confermato precedenti numerosi risultati sperimentali in cui si è rilevato che le persone, quando sono impegnate in un compito visivo che richiede attenzione, letteralmente non sentono (Masutomi et al., 2015). I dati di tutti gli esperimenti su cecità e sordità da disattenzione, indicano in modo palese che l’uso di dispositivi mobili di qualsiasi genere, quando si è impegnati a svolgere qualsiasi compito che richiede perizia e attenzione, rappresenta un significativo pericolo per l’incolumità delle persone. La cecità visiva e la cecità uditiva, che possono essere considerate una sorta di agnosia benigna[2], si possono verificare altresì nel momento in cui, anziché essere presenti nella realtà esterna, i nostri sensi vengono inquinati dai ricordi di esperienze passate o scenari futuri[3]. Ad esempio, quando siamo impegnati in un’attività, la percezione di ciò che entra nel nostro campo visivo può essere bypassata da un ricordo o da un pensiero sotto forma visiva (Kang et al., 2011). A tutti sarà capitato di non trovare qualcosa di importante come le chiavi di casa. Dopo qualche minuto di ricerca, la visione del potenziale topo d’appartamento che potrebbe approfittarne o del fabbro che dovremo inevitabilmente chiamare per rientrare nel nostro “rifugio”, inizia ad inquinare la nostra percezione visiva. Più la visione di questi potenziali scenari prende piede, più le nostre ricerche risultano vane. Alla fine, in preda alla disperazione, troviamo le chiavi in un luogo che abbiamo già ispezionato decine di volte. Ma abbiamo effettivamente “guardato” oppure no? Le chiavi sono entrate a più riprese nel nostro campo visivo ma sono sfuggite alla nostra percezione, poiché essa era inquinata da una rappresentazione visiva nel nostro cervello estranea alla realtà esterna. Quando una madre o un padre dimenticano il proprio figlio di uno o due anni in auto a causa del falso ricordo di averlo accompagnato al nido, è possibile che, dopo essere scesi dall’auto, la loro retina abbia acquisito lo stimolo visivo del bimbo chiuso in auto ma che il loro cervello non lo abbia percepito, poiché il sistema visivo stava elaborando altro. Questa appena descritta è probabilmente la peggiore delle disgrazie che possano capitare ad una persona, ma se ci pensate bene le circostanze in cui siamo di fatto ciechi o sordi verso l’ambiente durante la giornata, mettendo in pericolo noi stessi e gli altri, sono molte. Il fatto, poi, che certe azioni od omissioni siano attuate spesso da soggetti che risultano psicologicamente equilibrati, denota che le cause di certe situazioni siano esclusivamente di carattere sociale. I telefoni cellulari, Internet, i social network, i servizi di messaggistica istantanea, gli iPod, la televisione ecc., influiscono sulle nostre attività cerebrali compromettendo la nostra vita sociale, dal livello interattivo più basso, come una semplice occhiata con un passante per strada, sino ad arrivare alle complesse relazioni sociali come l’accudimento genitoriale, passando per le attività potenzialmente a rischio sicurezza come la guida di un veicolo. Le cause di tutto ciò non sono psichiche ma sociali.
 
   
 

[1] Il dialogo interiore è la comunicazione con sé stessi, un’abitudine che nasce nell’infanzia quando il bambino inizia ad interiorizzare le conversazioni con gli adulti. In questo modo, egli riesce a concentrarsi o a tranquillizzarsi.  
 
 
 
[2] L’agnosia è un disturbo della percezione è un disturbo della percezione a causa del quale un individuo non riconosce persone, oggetti, suoni ecc. già noti. La cecità e la sordità da disattenzione di cui sto parlando in questo paragrafo, riguardano soggetti sani, ecco perché ho aggiunto il termine “benigna”.
 
 
 

 
 

[3] Il cervello elabora la realtà presente e immagina scenari futuri sempre in relazione al patrimonio di esperienze passate.

Bibliografia
HYMAN I.E., BOSS S.M., WISE B.M., McKENZIE K. E., CAGGIANO J. M., (2010), Did you see the unicycling clown? Inattentional blindness while walking and talking on a cell phone, in “Applied Cognitive Psychology”, 24, pp. 597-607
STRAYER D.L., DREWS F.A., JOHNSTON W.A. (2003), Cell phone-induced failures of visual attention during simulated driving in “Journal of Experimental Psychology: Applied”, 9, pp. 23-32.
MASUTOMI K., BARASCUD N., KASHINO M., McDERMOTT J.H., CHAIT M. (2015),Sound segregation via embedded repetition is robust to inattention. “Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance”, 42, pp. 386-400
KANG M.S., HONG S., BLAKE R., WOODMAN G. (2011), Visual working memory contaminates perception. “Psychonomic Bulletin & Review”, 18, pp. 860-869


 
Dott. MASSIMO BLANCO | P.I. 08039320968
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