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Cosa è la Neurosociologia

Neurosociologia

La Neurosociologia

La neurosociologia è la disciplina che studia le interazioni sociali e la socializzazione in rapporto alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso. Da questo studio nascono e si perfezionano metodi e strategie di intervento negli ambiti dell’educazione, del disagio sociale, della devianza, della criminalità, della salutogenesi, dell’integrazione e della cooperazione (Blanco, 2016).

La neurosociologia si pone in stretta relazione con le neurobiologia (e le sue branche) e la psicologia sociale.
Il primo italiano ad occuparsi attivamente di neurosociologia è stato il sociologo e criminologo Massimo Blanco il quale, attualmente, é il maggiore divulgatore scientifico di questa disciplina nel nostro Paese.
Nel 2014, la Neurosociologia è stata riconosciuta quale specializzazione della sociologia da due delle maggiori associazioni di sociologi a livello nazionale: So.I.S. Società Italiana di Sociologia e A.N.S. Associazione Nazionale Sociologi.

Storia e fondamenti epistemologici
I primi ricercatori a coniare il termine neurosociologia furono il neurofisiologo e neurochirurgo Joseph E. Bogen, famoso per i primi interventi di split brain che hanno permesso a Roger W. Sperry di studiare le funzioni cognitive dei due emisferi cerebrali, e il sociologo Warren D. TenHouten. Essi, nel 1972, studiarono le differenze nello sviluppo dei due emisferi del cervello in popolazioni appartenenti a società e culture diverse, individuando significative variazioni nell'utilizzo di un emisfero rispetto all’altro. L'anno seguente, TenHouten, che è considerato il padre e il primo divulgatore del paradigma neurosociologico, iniziò a documentare le differenze nell'uso degli emisferi cerebrali tra i bambini aborigeni ed euro-australiani, dimostrando come la cultura e l'ambiente possono influenzare le strutture cerebrali, la percezione e l'interazione sociale.
«Nella mia carriera di sociologo mi sono interessato per la prima volta alla neurosociologia intorno al 1987, quando uno studente mi ha prestato il libro di Michael Cazzaniga "Il cervello sociale". Se il cervello umano era davvero sociale, ho pensato che i sociologi e i loro studenti avrebbero dovuto essere i primi a conoscerlo e non gli ultimi».
Così David D. Franks, professore emerito di sociologia presso il Dipartimento di Sociologia della Virginia Commonwealth University, iniziò a fare le prime considerazioni sull’utilità delle neuroscienze sociali in campo sociologico da una parte e dall’altra sul contributo che la sociologia, in quanto studio scientifico della società, poteva fornire alla ricerca e allo sviluppo delle neuroscienze. A Franks va il merito di aver finalmente creato un ponte tra la sociologia e le neuroscienze grazie ad una serie di pubblicazioni culminate nella sua ultima opera "Handbook of Neurosociology" (Franks, D., Turner, J., 2013).
Giacomo Rizzolatti, uno dei più grandi neuroscienziati del nostro tempo, a cui va il merito di aver fatto una delle maggiori scoperte sul cervello di tutti i tempi, i neuroni specchio, nel corso di un’intervista ha dichiarato: «..in generale, non ci siamo occupati molto delle applicazioni pratiche della scoperta dei neuroni specchio. Dovrebbero essere i sociologi a puntare su quest'aspetto per migliorare l'empatia» (Repubblica.it, 2012).
La neurosociologia ha, innanzitutto, l’ambizione di creare un ponte robusto tra sociologia e neuroscienze dove far transitare a doppio senso metodi e conoscenze di entrambe le discipline; ma, soprattutto, la neurosociologia si occupa di studiare le interazioni umane e la socializzazione in rapporto alle funzioni sociali del sistema nervoso da un punto di vista "clinico", cioè in un contesto di vicinanza tra osservatore ed osservato e dove vi sia coinvolgimento con le situazioni e con i fatti sui quali il nurosociologo agisce. Pertanto, la neurosociologia si serve del sapere delle neuroscienze per diffondere gli aspetti "pratici" della sociologia e, in tale ottica, possiamo inquadrarla come specializzazione della sociologia clinica. Quest’ultima, infatti, si propone di "intervenire per cambiare" situazioni "singolari", siano esse di un individuo o di un gruppo ovvero di una comunità, un’organizzazione o un’istituzione (Luison, L. et al., 1998).
Nel libro "Le professioni del sociologo" (2006), Remo Siza riassume i concetti chiave della sociologia clinica, sorta negli Stati Uniti negli anni ’20 del secolo scorso, e percorre le varie tappe che ne hanno determinato lo sviluppo. In questo testo, Siza spiega che al sociologo clinico si chiede di analizzare le situazioni ma anche di avere competenze nelle tecniche di intervento, in una logica interdisciplinare. Inoltre, riprendendo uno scritto di Louis Wirth sulla sociologia clinica, apparso nel 1931 sull’American Journal of Sociology, Siza ci dice che la sociologia non può che avvantaggiarsi da una focalizzazione sulla persona: tutte le scienze sono teoriche ma non richiedono, per questo motivo, di essere separate dalla vita quotidiana.
La neurosociologia utilizza le conoscenze delle neuroscienze per lo studio dei fenomeni sociali e delle interazioni umane, partendo dalla "dimensione sociale" del cervello, e impiega gli strumenti della sociologia per integrare la ricerca e lo sviluppo delle neuroscienze sociali. Pertanto, da un lato la neurosociologia si inquadra come disciplina specialistica della sociologia che analizza, tramite le nuove conoscenze sul sistema nervoso, le interazioni sociali e i fenomeni devianti (e criminali) in tutti i contesti dove essi si realizzano (istituzionale, lavorativo, familiare, amicale, sentimentale ecc.). Dall’altro, la neurosociologia si delinea quale strumento in grado di implementare, integrando il sapere sociologico e quello delle neuroscienze, significativi cambiamenti nella qualità delle relazioni umane a qualsiasi livello, sia micro che macro.

 
Dott. MASSIMO BLANCO | P.I. 08039320968
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